Battaglia di: LISSA - ASSEDIO DI PORT ARTHUR - TSUSHIMA  


BATTAGLA DI LISSA

Data: 20 LUGLIO 1866
Luogo: LISSA (Isola dalmata nell'Adriatico)
Eserciti contro: ITALIANO e AUSTRIACO
Contesto: III GUERRA D'INDIPENDENZA
Protagonisti:
CARLO PELLION DI PERSANO (Ammiraglio, comandante della flotta italiana)
GIOVANNI BATTISTA ALBINI (Vice-ammiraglio italiano)
GIUSEPPE VACCA (Contrammiraglio italiano)
AUGUSTO RIBOTY (Capitano di vascello italiano)
EMILIO FAA DI BRUNO (Comandante della nave ammiraglia italiana)
ALFREDO CAPPELLINI (Comandante della "Palestro")
WILHELM VON TEGETTHOFF (Ammiraglio, comandante della flotta austriaca)
STERNECK (Capitano di fregata austriaco)
PETZ (Comandante austriaco della nave "Kaiser")

La battaglia

Il 1866 è l'anno della terza guerra d'indipendenza, la prima dopo l'unità d'Italia, ed è quella che dovrebbe mostrare la forza militare e il grado di coesione del paese.

L'Italia scende ancora una volta in campo contro l'Austria-Ungheria, a fianco della Prussia. La guerra è stata dichiarata il 20 giugno e solo 4 giorni dopo, il 24, l'esercito italiano viene sconfitto a Custoza, nei pressi di Verona, in una strana battaglia dove il numero delle perdite risulterà pesante e dove più che gli austriaci a considerarsi vittoriosi saranno gli stessi italiani a ritenersi sconfitti.

Lo smacco di Custoza non era grave militarmente ma lo era politicamente, perché il giovane regno d'Italia mostrava la sua inconsistenza nazionale di fronte all'Europa. A questo punto bisognava ottenere una rivincita immediata di Custoza: occorreva una vittoria pronta e convincente e poiché questa vittoria non era in grado di darla l'Esercito, toccava alla Marina. Una vittoria navale, anziché terrestre era il riscatto.

In quell'anno il Presidente del Consiglio è il barone Bettino Ricasoli, il ministro della Marina Agostino Depretis, il comandante della flotta l'ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano. Poiché il governo vuole lavare l'onta di Custoza, e vuole lavarla sul mare, tocca a Persano di eseguire. All'Ammiraglio gli è stato ordinato di "sbarazzare l'Adriatico dalle forze nemiche, attaccandole e bloccandole in qualunque posto dove si troveranno". In che modo, non glielo dicono. Dovrà essere affar suo.

La flotta al comando di Persano, che è sulla nave ammiraglia "Re dItalia", è composta dalla squadra sussidiaria, o seconda squadra, comandata dal viceammiraglio Albini, composta da fregate e corvette di legno, e la squadra d'assedio, o terza squadra, agli ordini del contrammiraglio Vacca, con le unità minori corazzate. La squadra da battaglia, o prima squadra, formata dalle fregate corazzate più efficienti, dipende direttamente da lui.

Il 25 giugno, il giorno dopo la sconfitta di Custoza, Persano trasferisce la flotta italiana ad Ancona ai primi di luglio azzarda una crocerina nel mezzo dell'Adriatico, rientrando in porto il 13 senza aver visto nemmeno l'ombra d'un nemico.

Il 15 luglio il ministro della Marina Depretis si presenta ad Ancona con un piano di guerra: Persano deve prendere l'isola di Lissa, previo bombardamento, e sbarcarvi un corpo di occupazione. L'isola di Lissa è una base navale fortificata dell'impero austro-ungarico, al comando del colonnello Urs von Margina.

Il 16 luglio l'ammiraglio Persano lascia Ancona con la flotta. Sono trentatrè navi divise in tre squadre, tra corazzate (undici), unità in legno (sette), cannoniere (tre), piroscafi (sette) e carboniere. Da un momento all'altro si attende l'arrivo della nave più potente e moderna, l "Affondatore", una corazzata con torri mobili e uno sperone di otto metri di lunghezza. Un ariete che è stato costruito in Inghilterra ma è in navigazione per raggiungere l'Adriatico: ed è la nave su cui la flotta italiana conta per diventare invincibile (Ma non l'aspetta! Parte comunque).

Per prima cosa Persano manda avanti in ricognizione il suo capo di Stato Maggiore D'Amico sul "Messaggierie", perché compia una ricognizione intorno a Lissa e riferisca sulla natura dei luoghi e sulla consistenza delle difese. La sua relazione costituisce tutto quanto gli italiani riusciranno ad avere a disposizione, quanto a informazioni militari e all'incirca il loro obiettivo. Su così esili basi, Persano vuole o "deve" muoversi.

Lissa sarà investita da tre gruppi di navi che attaccheranno i tre principali ancoraggi: Vacca, con tre corazzate della squadra sussidiaria, contro Porto Comisa; Albini, con la squadra d'assedio delle unità di legno, contro Porto Manego, dove sbarcherà; Persano, con la squadra dà battaglia, contro Porto San Giorgio. Le navi "Esploratore" e "Stelle d'Italia" sono dislocate a nord e a sud dell'isola, in funzione di avvistamento. Dunque una flotta sparpagliata un po' qua e un po' là, con l'unica direttiva comune di bombardare i forti del nemico e di distruggerli.

Le operazioni iniziano all'alba del 18 luglio. Le tre squadre si mettono in movimento ed entrano in azione, ma i risultati, a sera, sono molto modesti. Persano ha ridotto al silenzio alcune delle fortificazioni di Porto San Giorgio, mentre Albini decide di interrompere il bombardamento dopo un paio di bordate contro Porto Manego. Anche Vacca non si comporta meglio del collega. Apre il fuoco contro porto Comisa, ma subito anche lui ritiene di averne abbastanza e dà ordine di smettere.

A questo punto Persano convoca Albini e Vacca per un consiglio di guerra. Invece di spiegarsi e di trovare un accordo, cominciano a litigare e si lasciano furibondi, senza avere concluso niente.

Il giorno dopo riprende l'attacco ai forti ma alla fine l'esito sarà ancora quello del giorno prima, cioè molto modesto. Verso sera arriva il tanto atteso "Affondatore", con due pirofregate e una corvetta, a bordo delle quali vi sono centoventicinque fanti di marina.

Nel frattempo la flotta austriaca, al comando dell'ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, è partita da Pola,  decisa a non perdere una simile occasione d'oro, quella di attaccare la scompaginata flotta italiana sparpagliata intorno a Lissa. Tegetthoff ha sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane anche se bene armate. In tutto dispone di ventisette navi e di 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani a canna rigata. Si trova quindi in condizioni di inferiorità. Divide le sue forze in tre squadre, prende il comando della prima e affida le altre due al capitano di vascello Petz e al capitano di fregata Eberle. Egli è imbarcato sulla corazzata "Ferdinand Max", l'ammiraglia che è al comando del capitano di fregata Sternack, e dirige verso Lissa.

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio Persano è stato raggiunto dalla nave di trasporto "Piemonte" con altri cinquecento uomini di fanteria di marina, perché questo è il giorno in cui lo sbarco deve aver luogo a ogni costo.

Alle 7.50 del mattino del 20 luglio 1866 la nave "Esploratore" avvista la flotta austriaca in navigazione e avvisa l'ammiraglio italiano.

Alle 8.10 Persano ordina ad Albini di sospendere le operazioni di sbarco. Non è più tempo di pensare all'occupazione dell'isola. Ora si tratta di affrontare in battaglia gli austriaci. Raduna frettolosamente le sue navi disperse per così contrastare in forze il nemico che sta avanzando in triplice formazione a cuneo.

Persano divide le navi in tre gruppi: in testa, la "Principe di Carignano", la "Castelfidardo" e l'"Ancona" al comando di Vacca; al centro la "Re d'Italia", la "Palestro" e la "San Martino" ai suoi ordini; infine la "Re di Portogallo", la "Terribile", la "Varese" e la "Maria Pia" affidate al capitano di vascello Riboty.

Alle 10.45 la battaglia incomincia con il primo colpo di cannone, sparato dalla "Principe di Carignano", al quale gli austriaci rispondono furiosamente. Le prime navi di Tegetthoff passano arditamente nel varco tra L "Ancona" e la "Re dItalia".

Vacca accosta sulla sinistra, con il proposito di concentrare insieme con Riboty il fuoco delle sue corazzate sulle navi di legno austriache, ma le sue unità sono ormai distanziate tra loro. Mentre Vacca ne ha abbastanza e si allontana, Tegetthoff punta all'attacco della squadra italiana di centro, quella di Persano, con il grosso delle sue forze. La "Ferdinand Max" piomba tra le navi di Persano, che nel frattempo era trasbordato sull "Affondatore", e in questo preciso istante Tegetthoff si accorge che la "Re d'Italia" è ferma per un colpo che le ha bloccato il timone. L'ammiraglia austriaca la sperona cogliendola in pieno al centro, sfasciandole la fiancata.

Mentre Albini resta inattivo, sotto costa, sulla "Maria Adelaide", senza che le sue navi di legno sparino un solo colpo di cannone, e Vacca si allontana, una cannonata austriaca centra la "Palestro" che sta tentando di correre in soccorso della "Re d'Italia". Purtroppo il colpo di cannone va a finire sul deposito di carbone provocando l'esplosione della santabarbara e quindi l'affondamento della nave con duecentocinquanta fra ufficiali e marinai.

Resta ora per Tegetthoff il terzo gruppo di navi italiane e infatti la "Kaiser" di Petz muove all'attacco della "Re di Portogallo" di Riboty. Questi accosta violentemente e le due navi strusciano l'una contro l'altra. E la "Kaiser" a riportare i danni più gravi, sbandando in fiamme. Persano se ne rende conto e vorrebbe finirla, speronandola con l'ariete del suo "Affondatore". Ma non sa bene come manovrare la nuovissima unità e va a finire che l "Affondatore" manca il bersaglio e la "Kaiser" può scamparla.

Vacca, vista colare a picco la "Re d'Italia, su cui crede imbarcato Persano, immagina che l'ammiraglio sia morto e che tocchi a lui prendere il comando. Nessuno gli ha riferito che Persano si era invece trasferito sull'Affondatore. Tenta allora di raccogliere intorno a sé quanto gli è possibile di corazzate italiane. Ma Tegetthoff ha dato il segnale di radunata. Sono le 11.45 e il combattimento è finito.

Gli italiani hanno avuto due navi affondate e seicentoquaranta marinai annegati con esse, oltre a otto morti e quaranta feriti in combattimento. Gli austriaci trentotto morti e centotrentotto feriti.

L'ammiraglio italiano, scombussolato e fuori di sé, esitò nell'inseguire il nemico, così gli austriaci se ne andarono indisturbati e Persano non approfittò delle otto ore di luce a sua disposizione prima del tramonto, per mettersi a caccia di Tegetthoff e attaccarlo.

L'infausta giornata si concluse con il ritorno, alle 22.30, di alcune navi italiane nelle acque della battaglia per raccogliere quei naufraghi di cui fosse stato possibile ancora il salvataggio.

Nella primavera del 1867 l'ammiraglio Persano venne messo sotto processo per la sconfitta di Lissa.

Ecco come l'ammiraglio Persano descrive lo schieramento delle navi nel libro "I fatti di Lissa" pubblicato l'anno stesso della battaglia:

"...
Il nemico intanto avanzava in "ordine di fronte" su due file colla prora a "scirocco-levante", le corazzate in prima fila, le non corazzate in seconda. Era il momento di disporsi in linea di battaglia per cannoneggiare d'infilata i legni avversari che s'avvicinavano a vista d'occhio, ed in pari tempo chiuder loro il passo verso le loro terre e verso le nostre navi non corazzate, che ancora non si erano ordinate in seconda linea. Segnalai quindi "Dirigete ad un tempo per greco-tramontana" formando per tal modo la linea di battaglia sui legni dell'avanguardia e riserva, che erano quelli del Contr'Ammiraglio Vacca. Dopo "Serrate le distanze" e poi "Attaccate il nemico appena a portata".

Coerentemente agli ordini di massima prima stabiliti, la formazione dell'armata al mio comando doveva essere disposta su tre linee. In tutto 22 legni per combattere. Se non che al momento di entrare in azione, mancava la "Formidabile", il cui Comandante aveva chiesto, con segnale, di volgere per Ancona, non tenendo la sua nave atta ad entrare in combattimento, per le avarie che aveva sofferto nella fazione del dì precedente Opponevamo però sempre n° 10 corazzate al nemico, che sole 7 ne presentava in prima linea. Egli si avanzava compatto, avendo in seconda fila un buon numero di grosse navi, fra le quali contavasi un vascello di alto bordo di 92 cannoni. Numerando in tutto 27 navi, che si vedevano procedere risolute e disciplinate; mentre da noi la seconda squadra, forte di circa 400 cannoni, non si era ancora condotta al suo posto"

Vedi anche la versione vista da un Veneto IN CRONOLOGIA ANNO 1866


ASSEDIO DI PORT ARTHUR

Data: GIUGNO 1904 - 2 GENNAIO 1905
Luogo: PORT ARTHUR (Città della Cina)
Eserciti contro: GIAPPONESE e RUSSO
Contesto: GUERRA RUSSO-GIAPPONESE
Protagonisti:
IVAO OYAMA (Comandante supremo giapponese)
MARESUKE KITEN NOGI (Generale giapponese)
ANATOLIJ STOESSEL (Comandante in capo dell'esercito russo)
SMIRNOV (Generale russo)
KONDRATENKO (Generale russo)

La battaglia

Il conflitto tra Russia e Giappone è scoppiato all'inizio del 1904, con il proposito di derimere di forza il vecchio contenzioso tra le due potenze dell'Estremo Oriente. Così il giorno 8 febbraio 1904, senza alcuna comunicazione preventiva per via diplomatica, il Giappone attacca fulmineamente la flotta russa all'ancora a Port Arthur, perché il possesso di quella base è considerato la chiave di volta delle operazioni. Chi avrà Port Arthur avrà vinto

Dopo aver eliminato gran parte della flotta russa, posta a difesa di Port Arthur, ai giapponesi occorre ora attaccare da terra. Il comandante supremo giapponese, maresciallo Ivao Oyama, spedisce contro la città la terza armata del generale Maresuke Kiten Nogi, un corpo d'assalto di dodici divisioni.

Nogi entra in azione nel giugno del 1904 e si trova di fronte una piazzaforte difesa da quattro cinture concentriche di fortificazioni esterne. I forti principali sono quelli di Ci-Kuang.shan a nord-est, di Ehrlung-shan e di Shung-Sushan a nord. Ma il blocco principale di difesa, le casematte giudicate inespugnabili, sono quelle di quota 203, detta "Nido d'aquila", sulla collina a specchio del mare, i cui cannoni possono essere puntati tanto contro nord quanto contro ovest. In totale, le difese esterne hanno una estensione di ventotto chilometri di lunghezza.

Il generale Nogi occupa Nan-shan e il vicino porto di Kin-ciu, trovandosi in tal modo aperta la strada che conduce a Port Arthur. L'armata giapponese inizia l'attacco alla città ma le difese russe resistono eroicamente. I soldati giapponesi vanno all'assalto indifferenti ai vuoti spaventosi aperti dai cannoni nemici nelle loro file. Il sangue scorre in maniera orrenda e lo spreco di vite umane è senza limiti. I giapponesi continuano cocciutamente gli assalti, mentre i russi si sacrificano con spirito fatalistico, con rassegnato coraggio. Per giorni e giorni si attacca e si respinge alla baionetta, senza sosta.

Alla fine di luglio Nogi travolge le posizioni avanzate di Port Arthur. A questo punto i russi hanno già perduto il quaranta per cento delle loro forze, oltre diciottomila uomini. L'8 agosto del 1904 il generale giapponese ordina il bombardamento della piazzaforte dalle stesse posizioni russe conquistate. Ora l'obiettivo sono i forti di Ci-Kuang-shan e di Ehrlung-shan, oltre, naturalmente, la quota 203, perno primario dell'intera difesa di Port Arthur. Nogi sa che, caduta quota 203, la piazzaforte è presa e quindi dirige ogni sforzo per una conquista giudicata decisiva, costi quel che costi.

Dagli assalti allo scoperto si è passati alla guerra di posizione. Si sono scavate le trincee, perché si è capito di non poter venire a capo di nulla continuando nella tattica delle ondate lanciate contro il fuoco dei cannoni russi, in una sconsiderata e inutile carneficina. Ora Port Arthur è al centro di un vero e proprio assedio. Nogi vuole strangolarla e nello stesso tempo distruggerla.

Port Arthur è diventato il punto d'onore di entrambe le parti: i russi nel tenerlo a oltranza, i giapponesi nel conquistarlo per rivolgersi poi alla Manciuria. Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1904, Nogi scatena quello che dovrebbe essere l'assalto decisivo a Port Arthur. Ai russi non sono giunti rinforzi, né via terra né via mare. La loro guarnigione è ormai ridotta alla metà dalle altissime perdite. Cedono le prime posizioni, ma resistono con eccezionale accanimento i soldati del generale Smirnov e Kondratenko: i due eroici difensori destinati a entrare nella storia dell'assedio per la loro incrollabile determinazione a non cedere.

I giapponesi concentrano ogni loro sforzo sulla quota 203, difesa all'esterno dai fucilieri siberiani. L'ultimo assalto è alla baionetta, ma le mitragliatrici russe falciano la massa avanzante assurdamente allo scoperto. I morti giapponesi, in questa sola azione conclusa senza risultati concreti, saranno quindicimila.

Dopo una pausa di respiro, a metà settembre scatta una nuova offensiva. Ancora corpo a corpo, ancora perdite drammatiche, ma ancora nessun esito. Quota 203 non cade e finalmente i nipponici capiscono di dover cambiare un'altra volta tattica, cioè creare un falso scopo, per trarre in inganno il nemico. Il falso scopo sono di nuovo i forti di Ehrlung-shan e di Ci-Kuang-shan, attaccati per l'intera giornata del 29 settembre.

I giapponesi tempestano l'intera zona di obici da undici pollici e di bombe da mortaio. Bisogna assolutamente far cadere Port Arthur prima che la flotta russa del Baltico, al comando dell'ammiraglio Rozestvenskij arrivi a ricongiungersi con quella che rimane del Pacifico.

Di colpo, il 27 novembre 1904, dopo aver illuso i russi di voler dirigere i propri sforzi verso posizioni diverse, i giapponesi si rilanciano nuovamente all'assalto della solita quota 203. Dopo una notte di furiosi combattimenti, stavolta quota 203 è finalmente conquistata. Subito il generale Nogi, da lassù, fa girare i cannoni russi e li punta sulle ultime navi nemiche in rada, in un disastroso tiro al bersaglio. Quota 203 è il primo pilone fondamentale difensivo a cedere: il destino di Port Arthur è ormai segnato.

Il 18 dicembre una terribile esplosione scuote come un terremoto l'intera città: il generale Nogi ha fatto saltare con le mine il forte di Ci-Kuang-shan. Attraverso l'immenso cratere aperto irrompono le fanterie giapponesi e dopo sette ore di combattimenti corpo a corpo la fortezza demolita passa nelle loro mani. Anche il secondo pilone è crollato. Il terzo, il forte di Ehrlung-shan, seguirà la sorte di Ci-Kuang-shan, con la stessa tecnica: lo scoppio di una mina potentissima piazzata nelle sue viscere, lo sventramento della collina, la scalata alle rovine da parte dei fanti nipponici, incuranti delle perdite. Ad una ad una cadono tutte le linee russe di difesa esterna.

Il comandante in capo dell'esercito russo, il generale Anatolij Stoessel, ormai sfiduciato e all'insaputa degli ufficiali del suo stato maggiore, inizia i contatti di resa con il generale Nogi e alla fine di dicembre capitola senza condizioni. Si arrendono 878 ufficiali, 23.251 soldati e sottufficiali, 8.956 marinai. Entrando nelle baracche russe devastate di Port Arthur, i giapponesi trovano 3.387 feriti e 13.613 malati. Immense anche le perdite nipponiche. Nogi ha avuto sessantamila tra morti, feriti e dispersi, oltre a 33.700 ammalati.

Port Arthur, ufficialmente occupata il 2 gennaio 1905, è stata un carnaio.


BATTAGLA DI TSUSHIMA

Data: 27-28 MAGGIO 1905
Luogo: TSUSHIMA (Isola nel Mar della Cina)
Eserciti contro: GIAPPONESE e RUSSO
Contesto: GUERRA RUSSO-GIAPPONESE
Protagonisti:
HEIHACHIRO TOGO (Ammiraglio, comandante della flotta giapponese)
KATAKOA (Ammiraglio giapponese)
DEWA (Ammiraglio giapponese)
KAMIMURA (Ammiraglio giapponese)
ZINOVIJ PETROVIC ROZDESTVENSKIJ (Ammiraglio, comandante della flotta russa)
NEBOGOTOV (Ammiraglio russo)
FOLKERSAM (Ammiraglio russo)

La battaglia

L'ammiraglio Zinovij Petrovic Rozdestvenskij, comandante della seconda squadra russa del Pacifico, naviga verso Port Arthur con l'ordine di salvarla e rompere l'assedio giapponese, pur sapendo già che la fortezza è caduta. Dunque è giunto tardi, dopo un'interminabile navigazione cominciata nel Mar Baltico sette mesi prima. Adesso non gli resta che tentare di raggiungere il porto russo di Vladivostok, l'altra base navale del suo paese in Estremo Oriente, e di rifugiarvisi. C'è una sola strada per arrivare: il passaggio tra la Corea e l'isola di Tsushima, nel Mar della Cina. Rozdestvenskij sa che là lo aspetteranno i giapponesi. Ma non ha scelta, dovrà forzare il passo. E infatti l'ammiraglio giapponese Togo ordina di radunare il grosso della sua flotta proprio là, nello stretto di Tsushima.

Il mattino del 27 maggio 1905 le due flotte si sono reciprocamente avvistate. Adesso sanno di doversela vedere in battaglia. Le forze in campo sono le seguenti: da parte giapponese, quattro corazzate, otto incrociatori corazzati, sedici incrociatori, ventun cacciatorpediniere, cinquantasette torpediniere, due avvisi, con diciassettemila uomini a bordo; da parte russa, undici corazzate, un incrociatore corazzato, dieci incrociatori, nove cacciatorpediniere e numerose navi ausiliarie, con a bordo tredicimilacinquecento uomini.

Alle 9, avendo avvistato sulla sinistra la divisione di incrociatori giapponesi di Katakoa e più tardi sempre sulla sinistra, la divisione di incrociatori leggeri dell'ammiraglio Dewa, l'ammiraglio russo fece assumere alla sua flotta la formazione da combattimento. Ma verso mezzogiorno, alzatasi la nebbia, egli si trovò ad avere il grosso delle forze giapponesi sulla destra, e non più sulla sinistra. Era stata un'abile manovra dell'ammiraglio Togo, il quale veniva addosso ai russi su tre file, con la prima e la seconda squadra sulla stessa linea, e la terza su una linea parallela più al largo.

Fin da mezzogiorno l'ammiraglio Togo ha raggiunto il punto dove dovranno passare i russi, mentre, nel frattempo, le manovre della flotta russa diventano sempre più precipitose. Qualche nave confonde gli ordini e si colloca fuori posto e poco prima delle 2 del pomeriggio la squadra russa si ritrova nella posizione iniziale, cioè su due colonne: a destra la prima divisione di Rozdestvenskij e a sinistra, più indietro, le navi della divisione di Nebogatov. Dieci minuti più tardi, diradatasi completamente la fitta nebbia, si presenta la flotta giapponese di Togo e coglie il nemico in piena crisi.

L'ammiraglio nipponico dirige verso la colonna russa alla sua sinistra, ossia quella del comandante in capo, prendendo di mira la "Suvorov" e la "Osljabja". Sono le 14.08 e le due flotte si trovano a una distanza di circa sei chilometri, quando le formidabili artiglierie giapponesi di eccezionale potenza e precisione, entrano in azione. Dopo tre minuti anche i russi cominciano a sparare. L'ammiraglio giapponese riesce in questo momento a tagliare in due la flotta russa piombando a tutta forza sulle navi del rivale.

La "Osljabja" viene centrata in pieno. Squarciata e incendiata comincia ad affondare. A distanza di quattro chilometri, Togo fulmina la"Suvorov" con tutti i suoi pezzi, mentre l'ammiraglio Kamimura concentra l'attacco sulla "Alessandro III". I marinai russi si battono eroicamente e quelli della "Suvorov" riescono a provocare ingenti danni all'ammiraglia di Togo, la "Mikasa". Ma purtroppo a bordo della "Suvorov" Rozdestvenskij è stato ferito quattro volte e non è più in grado di esercitare il comando. Molti ufficiali sono morti e i feriti tra l'equipaggio non si contano più.

Con un autentico, implacabile tiro al bersaglio i giapponesi riescono a centrare le caldaie e verso le 7 di sera Togo la affonda con tre siluri, quando Rozdestvenskij sarà stato trasportato a bordo della torpediniera "Buiny". Intanto anche la "Alessandro III" è colpita in pieno e colata a picco con ottocentoventisei dei suoi marinai. La "Borodino" salta in aria alle 19.20 con un colpo della "Fuji" nella santabarbara: un solo sopravvissuto.

Le navi di Nebogatov sono uscite finora alla meno peggio dal combattimento, perché Togo ha puntato soprattutto alla distruzione della squadra di Rozdestvenskij; sicchè Nebogatov continua a navigare trascinandosi dietro il suo corteo di vecchie carrette del mare, tutto sommato in condizioni ancora accettabili.

Alle 9.30 del mattino successivo, 28 maggio, la divisione di Togo e i cinque incrociatori corazzati di Kamimura si presentano sulla rotta di Nebogatov e alle 10.35, da otto chilometri di distanza, aprono il fuoco. L'ammiraglio russo capisce che non riuscirà mai a sfuggire al nemico e quindi, a malincuore, fa innalzare sul pennone della sua nave, la "Nicola I", la bandiera col segnale di resa.

Le perdite dei russi furono spaventose. Sette corazzate affondate, quattro catturate, quattro incrociatori affondati, cinque cacciatorpediniere affondate e così quattro navi ausiliarie, due navi ospedale catturate e sei navi arrese. Cinquemila i morti e seimila i prigionieri, tra i quali i due ammiragli Rozdestvenskij e Nebogatov. Da parte nipponica, soltanto tre torpediniere affondate e otto gravemente danneggiate, oltre ai colpi subiti dalla "Mikasa" e da altre corazzate. Centodiciassette i morti e circa cinquecento i feriti. Soltanto tre navi russe riuscirono a raggiungere Vladivostok.

Per l'ammiraglio Togo, vincitore di quella destinata a restare probabilmente la battaglia navale con il maggior numero di navi colate a picco o messe fuori combattimento, e conclusa con il più completo successo di una delle due parti, un trionfo.

La caduta di Port Arthur e il disastro di Tsushima furono risolutivi per la sorte della guerra russo-giapponese. Allo zar non restava se non chiedere la pace e questa fu firmata a Portsmouth il 5 settembre 1905. Grazie alla mediazione del presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt.

Ecco come Frank Thiess descrive la personalità di Heihachiro Togo nel libro : "Tsushima":

"...Chi era Togo? Un uomo "d'acciaio e di ferro"? Un "selvaggio uscito dal bosco"? Un secondo Nelson allegro, coraggioso, ardito? Oppure un asiatico demoniaco, crudele, tenace e scaltro? Il mondo aveva cominciato ad occuparsi di lui. Tutti parlavano di quest'uomo e guardavano meravigliati la sua effigie nei giornali illustrati. Cercavano di formarsi un concetto di ciò che fosse il Giappone.

...Togo nella sua giovinezza, ancora in veste di samurai, con la fronte tosata e due sciabole alla cintura, aveva osservato i tiri degli incrociatori inglesi da una fortezza di vecchio tipo, ed era anch'esso un "ammiraglio moderno" solo in quanto era esperto, fino ai più minuti particolari, della tecnica di guerra europea superiore a quella del suo paese. Valutava tale superiorità della tecnica non con gli occhi di un europeo, ma con quelli di un giapponese. E dimostrò al mondo che il suo giudizio non era un'apparenza, ma corrispondeva a un'indole che non soffriva dell'influenza dei tempi...Togo non ha mai negato onori all'avversario, né lo ha mai disprezzato o diminuito. Il suo contegno fu sempre esemplare perché anche di fronte ad alcuni atti russi che erano in stretto contrasto con i fondamenti del costume giapponese, seppe evitare qualunque disprezzo o disgusto".


( a cura di ENNIO DALMAGGIONI )
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Bibliografia: “MILES” - Fabbri Editori - fondamentale.
"Storia Universale Marmocchi" - SEI Ed. 1855 
" Storia Universale Cambridge" - Garzanti Editori
"Grande storia Universale"-  Curcio Editore
Istoria dell'Antica Grecia e Romana, Conti Ed. 1822.
“Storia d'Italia” - Montanelli - Fabbri Editori.
Napoleone "Memoriale di Sant'Elena" 1a ed. 1843


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