La strage di Nasiriya: il senno di poi
di Giuseppe Brindisi   10 dcembre 2003
leggi: Generale Quintana: le misure di difesa a Nassirya erano insufficienti

Il  Washington Post di due giorni fa annota che, l'assenza di misure di difesa adeguate per la protezione della base di Nasiriya  "fa pensare che l'Italia abbia sottovalutato il pericolo per le sue truppe in Iraq, come ritengono analisti occidentali".

Fino al giorno dell'attacco, media e istituzioni italiane avevano indotto l'opinione pubblica a credere che il contingente impegnato in Iraq fosse risparmiato da attacchi terroristici grazie al buon rapporto tra i nostri soldati e la popolazione locale.
Il Washington Post rimarca pure che  "una cosa è fare propaganda e un'altra cosa è crederci davvero. Gli italiani hanno pagato per questo un prezzo molto alto".

Se dall'inchiesta in corso risultasse che, le misure di sicurezza predisposte non fossero proporzionate alla reale situazione di rischio, perchè ritenute sufficienti in rapporto ad una situazione di ambiente sicuro o poco rischioso, risulterebbe evidente la sottovalutazione del pericolo, sia dal punto di vista politico, sia da quello militare.

Il terrorismo "non sa leggere" il senso dell'umano; vuole terrorizzare e basta. Non ha scrupoli nel massacrare donne, bambini, vecchi e chi non ha alcun rapporto con il conflitto; figuriamoci se gli scrupoli li ha per stranieri che sono pure militari.

Il terrorista sfrutta soprattutto la sorpresa. E quale migliore sorpresa è attaccare chi non se l'aspetta?

Ove risultasse l'imadeguatezza del sistema difensivo posto in essere per proteggere la base di Nasiriya  l'errore metodologico commesso nel concepire ed attuare la difesa sarebbe evidente. Non sarebbero state tenute in debito conto pericolose possibilità dell'avversario perchè rritenute poco probabili. E' Il nemico a decidere le modalità di attacco e non il difensore. La difesa può solo individuare tutte le possibiltà di cui dispone l'avversario per il raggiungimento dei suoi fini. Chi si difende deve stabilire come parare e reagire per ciascuna delle possibilità d'azione dell'avversario e le forze ed il fuoco per parare l'imprevisto. Scartare o sottovalutare anche solo una delle possibilità avversarie può determinare gravi sconfitte.

Si ricorderà che:
- Singapore, nel secondo conflitto mondiale, fortificata dagli Inglesi, fu presa senza colpo ferire dai giapponesi che l'attaccarono dalla giungla protrettrice del tergo per centinaia di chilometri. Lo Stato Maggiore inglese, aveva scelleratamente valutato che la fortezza sarebbe stata attaccata dal mare, su cui si protendeva;
- la disfatta di Caporetto, nel primo conflitto mondiale, fu dovuta essenzialmente alla  penetrazione di forze tedesche al Comando del Capitano Rommel, infiltratesi percorrendon il fondo valle, poco presidiato dagli Italiani per la scarsa probabilità conferita a tale ipotesi, visto che gli attacchi in montagna venivano portati dall'alto o a mezza costa;
- l'attacco corazzato tedesco delle Ardenne contro gli alleati nella seconda guerra mondiale, era stato ritenuto da questi, improbabile per la non idoneità del terreno montuoso all'impiego dei carri armati.

Per poco l'Armata del Generale Patton non subì una sconfitta irreparabile. Fu salvata dai bombardieri alleati provvidenzialmente resi impiegabili per il cessare improvviso delle avverse condizioni atmosferiche, su cui i tedeschi avevano contato.

Se errori di sottovalutazione  vi sono stati a Nassiriya, di certo sono da imputare soprattutto alla decennale campagna propagandistica dei media tesa a connotare le missioni miòitari italiane  all'estero quali soccorsi umanitari "dell'esercito della salvezza". A tal proposito, in "L'Italia dell'Ulivo" di Montanelli e Cervi, (Milano, CDE, 1997, pag. 248-249) i legge: "Questo passato (esito negativo della 2^ Guerra Mondiale) s'era tradotto, per la classe politica post-fascista, in un rifiuto non tanto della guerra - lo si può capire e approvare - ma in un rifiuto di tutto ciò che alla mentalità militare tradizionale si collega. Da lì l'esaltazione iperbolica della Resistenza, lotta di popolo, contrapposta alle guerre dei generali. In quel contesto le Forze Armate trovavano collocazione solo se somigliavano il più possibile a forze disarmate".  n.d.r.) Si rimanda al saggio  "Soldati per la pace o soldati?"

Quello di chi scrive è vero "grido di dolore". I nostri saggi padri avevano compreso appieno che l'Italia non deve e non può fare guerre fino a quando  permane l'ambiguità che contraddistingue la politica italiana. Siamo tutti, nessuno escluso, responsabili della morte dei nostri soldati, a Nassiriya come in Russia, Africa, Cefalonia, Abissinia ed altri centinaia di luoghi ove i soldati italiani sono stati massacrati prima che dal nemico, dalla colpevole imprevidenza e pressapochismo nazionale. Per non andare indietro a Custoza, Lissa, Caporetto, 8 settembre. Rimane la vittoria fulgida e cristallina di Vittorio Veneto... per nostra fortuna.



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