Mercoledi, 13 Ottobre 2004    Bookmark  Stampa


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da  www.opinione.it
Le offese di Kerry all’esercito italiano
di Enzo Balboni


John Kerry ha detto qualche tempo fa nel corso della sua campagna elettorale anti-Bush, quando ancora “spingeva” sul suo passato di eroe del Vietnam (contestato da molti reduci) che: “Le condizioni dell’esercito iracheno erano così patetiche che perfino l’esercito italiano avrebbe potuto prenderli a calci nel sedere (sic!)”. Si riferiva alle difficoltà incontrate dalle truppe americane. Un’offesa bell’e buona che ha scatenato il risentimento della comunità italo-americana, al punto che Kerry ha sentito il bisogno di scusarsene in una “ripresa filmata” diffusa in tivù, che qualche “occhio di lince” ha captato.

Questo spiega anche uno dei perché George Bush, nel più recente faccia a faccia abbia invece avuto parole di elogio assoluto per le nostre truppe; indicando l’Italia come alleato coraggioso e leale, pronto anche al sacrificio pur di difendere i valori della democrazia. Non spiega, invece, come i nostri corrispondenti dagli Stati Uniti, abbiano ignorato ogni cosa, se non perché impegnati, come appare evidente a dare notizie e a fare commenti, seguendo nel bene e nel male quello che può essere utile alla politica di casa nostra, ad una politica decisamente anti-americana.

Kerry, non nuovo alle gaffe, è stato costretto a correre ai ripari perché la comunità italo-americana è forte e importante più di quanto si creda; perché si tratta di un serbatoio di cultura umanista trapiantato nel Nuovo mondo. Sono importanti; moltissimi italo-americani hanno raggiunto posizioni di grande rilievo. Sono decisivi perché rispettati da tutti a tutti i livelli. Negli Stati Uniti il voto matura nelle coscienze degli elettori in un anno almeno di votazioni primarie, di “seconda” e di “terza” battuta. Che determina una selezione capillare che porta a risultati estremamente sentiti dalla popolazione, estremamente confrontati, discussi. Roba ben lontana dalla farsa che vogliono trapiantare in Italia Prodi e il centrosinistra ormai targato Bertinotti.

Negli Stati Uniti è il voto capillare che determina lo sfidante che nel caso deve essere tre volte convincente per far breccia sugli elettori con le sue promesse e soprattutto non può permettersi il lusso di tirarsi addosso antipatie per una frase storta. Stanotte, in Arizona, si svolgerà il terzo round del match tra Presidente in carica e sfidante. Bush e Kerry sono dati alla pari. Se il cittadino è certamente stanco di vedere i propri figli morire in una guerra lontana da casa, è altrettanto certo che pensa che il terrorismo vada combattuto non sul territorio americano, già duramente colpito l’undici settembre 2001, ma andando ad estirpare le radici del terrore alimentate da regimi assolutisti e sanguinari come l’Iraq.

Gli americani hanno davanti agli occhi, le riuscite elezioni in Afghanistan. Dove la democrazia è nata dal nulla, dove la pace protetta sta imponendosi, dove la libertà ha un sapore nuovo, inebriante. I cittadini americani in bilico sanno anche quanto sia vicino a loro lo “stato-continente” australiano, che è già impegnato con i propri militari in Iraq e dove le recenti elezioni (da noi, in Italia, praticamente sparite dalle cronache) sono state vinte clamorosamente dal leader uscente, il liberale John Howard che, alleato ai nazionalisti governa da dodici anni un Paese sempre politicamente ed economicamente più forte. John Howard, un amico da sempre degli Stati Uniti. Sono le elezioni in Afghanistan e quelle in Australia che possono convincere gli americani a scegliere la giusta causa.

Oggi titubanti tra la politica di Bush che è trasparente, diretta, collaudata, rigorosa nella sua posizione cattolica, determinata nell’affrontare i problemi, costi quel che costi e quella ondivaga, gessata, ricca di promesse e di impegni collocati nel futuro di John Kerry. In tutto questo spicca la politica dell’Unione Europea che continua a pensare in piccolo, a spaccarsi (perché di questo si tratta) per questioni come quella dei “Gay-sì, gay-no”, sorretta e “infettata” dalla lobby degli anti-tutto che finiranno per isolare l’Europa da ogni “ragionevole contesto politico”.


Enzo Balboni