La trappola semantica della lotta al terrorismo
il nemico non è il terrorismo, sono i terroristi
Il nemico è il terrorista e coloro che lo appogiano e lo affinacano

Giuseppe Brindisi, 16 maggio 2003

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Le recentissime stragi terroristiche in Cecenia e in Arabia Saudita dimostrano l'unicità del disegno di coloro che si servono del terrorismo come mezzo di lotta. Destabilizzare l'Occidente è il loro fine. Convinciamoci che il nemico non è il terrorismo: è chi se ne serve e chi lo appoggia.
Non è la prima volta che la propaganda ideologica si serve della semantica per manipolare l'opinione pubblica. Negli ultimi anni il terrorismo è stato personificato. Si parla comunemente di lotta al terrorismo, di stragi del terrorismo, di guerra al terrorismo. Questa ultima espressione è poi illogica. La Guerra, per dirla alla Clausewitz, è lo scontro tra volontà contrapposte. Il terrorismo non ha volontà è solo strumento nelle mani di chi lo usa.

Il terrorismo fa parte della famiglia dei mezzi, come il randello, le armi, la lotta armata e così via. Come non si fa lotta alle pistole e guerra ai cannoni non si combatte il terrorismo ma chi lo pratica. La stortura semantica non è casuale. E' solo una delle tecniche di propaganda ideologica.

Per non inimicarsi lo sporcaccione si usano tre tecniche: quella del sentimento personale, evitando di appellare sporcaccione chi convive con lo sporco; quella del nemico, affermando che lo sporco è il nemico della salute; quella del contrasto, evidenziando la dicotomia tra desiderio di mantenersi sani e l'avversità dello sporco.

Cui prodest?

Sembra ovvio che il travisamento semantico fa il gioco di coloro che si servono del terrorismo per i loro fini e di coloro che: avversano chi il terrorismo lo subisce (gli USA); appoggiano chi lo utilizza come strumento per raggiungere i propri fini.

I motivi che spingono i fiancheggiatori di chi il terrorismo lo utilizza vanno dagli interessi politici interni alle incancellabili ideologie miseramente fallite a interessi economici, commerciali, finanziari e anche personali.

Il punto debole più importante ed evidente delle Entità politiche che utilizzano il terrorismo, quale forma particolare di lotta armata, è insito nell'incapacità di comprendere che le vittorie con i mezzi terroristici sono di valore tattico e non strategico. Hanno innalzato il terrorismo - già mezzo di strategia indiretta - al livello di guerra.

Gli inglesi, che di strategia se ne intendono, sono usi dire: noi possiamo perdere tutte le battaglie ma vinciamo sempre l'ultima (vedasi Waterloo, attacco all'Europa occupata dai Nazisti).

Le stragi terroriste, lungi dal piegare la volontà degli USA, la rafforzano, così come avvenne per Pearl Harbour e più recentemente con la distruzione del World Trade Center.

Il motivo è insito nella democrazia. Il consenso popolare si allarga e conferisce in tal modo più ampi poteri all'Amministrazione. La conseguenza più o meno immediata è l'aumentata libertà di manovra di Bush.

Ripugna osservare il basso profilo morale e politico di taluni leader europei che, pur di non inimicarsi gli antiamericani di casa, avversano ideologicamente l'America in guerra, non contro il terrorismo, bensì contro gli Stati canaglia e chi li appoggia.

L'ONU è in sostanza fallita. Presidiata da una maggioranza antiamericana, incapace per costituzione e dirigenti di agire super partes, è ridotta ad una megastruttura burocratica, costosissima e inutile.


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