Soldati per la pace o soldati?

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Giuseppe Brindisi, 10 giugno 2003

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Mai come ora c'era stata una contrapposizione semantica sulla funzione del militare, intendendo per esso il termine latino miles, corrispondente all'italiano soldato. Il soldato, il militare, le Forze Armate esistono per l'uso della forza da parte dello Stato quando falliscono la diplomazia e la politica per raggiungere un determinato scopo. Può accadere che uno Stato intraprenda un'azione militare per mantenere o ristabilire la pace e che impieghi la forza per questo fine. Se lo Stato impiegasse i mezzi finanziari o altre risorse utili nell'ambito dell'azione politica o diplomatica, e decidesse di impiegare i soldati per assicurare una cornice di sicurezza all'uso di questi mezzi, ancora una volta ricorrerebbe alle Forze Armate o ai Corpi Armati.
Anche le banche si fanno proteggere da forze armate private: i vigilantes. Le Forze Armate, I Corpi Armati, i viglilantes svolgono il loro compito mediante la minaccia o l'impiego della forza. Tant'è che, in virtù di questo rapporto particolare, il miles s'impegna a sacrificare la propria vita - ove fosse necessario - per tenere fede al contratto, elevato a dignità di giuramento prestato dal soldato. Sono, questi, valori universali, perché comuni a tutte le società e in tutti i tempi. A questo rapporto non sono estranei i religiosi, che antepongono la fede professata alla propria vita e nella maggioranza dei casi anche a quella degli altri. Perché allora da oltre mezzo secolo - specie in Italia - si parla di Soldati per la Pace, di missioni di pace?

La risposta più convincente a questo quesito l'ho trovata in "L'Italia dell'Ulivo" di Montanelli e Cervi, (Milano, CDE, 1997, pag. 248-249). Gli autori scrivono: "Questo passato (esito negativo della 2^ Guerra Mondiale - n.d.r.) s'era tradotto, per la classe politica post-fascista, in un rifiuto non tanto della guerra - lo si può capire e approvare - ma in un rifiuto di tutto ciò che alla mentalità militare tradizionale si collega. Da lì l'esaltazione iperbolica della Resistenza, lotta di popolo, contrapposta alle guerre dei generali. In quel contesto le Forze Armate trovavano collocazione solo se somigliavano il più possibile a forze disarmate".

Se la questione fosse di solo interesse linguistico, potremmo anche trattarla con distacco di studiosi di semantica. Purtroppo non è così, ora che si contrappongono due realtà: l'integralista islamica e l'integralista pacifista. Lasciamo da parte le utopie, generatrici di fiumi di sangue: cinquanta milioni di morti della seconda guerra mondiale, poco meno della prima; sei milioni di ebrei passati per il camino dal nazismo; trentacinque milioni di russi massacrati dal comunismo; senza contare Cambogia, Cuba, America Latina (di destra e di sinistra), Vietnam, Africa, guerre arabo israeliane, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Romania, Jugoslavia, Cuba, Cile, Grecia dei colonnelli. Soffermiamoci sulla realtà che ci circonda.

Possiamo fare a meno della Forza Pubblica o Polizia che si dica? Possiamo fare a meno delle Forze Armate? Forse sì, quando avremo un governo mondiale. Le chiameremo Forze di Polizia Federale del Stati Uniti del Mondo. Non è zuppa, è pan bagnato! Chiedo ancora: vi sono aspetti positivi nell'insistere ad associare al termine soldato quello di pace e a definire le missioni di guerra, missioni di pace?. Dipende dai fini che si perseguono nel contesto attuale in cui soldati (i miles) delle organizzazioni del terrore prima di farsi esplodere per massacrare la parte avversa (e noi, volente o nolente, facciamo parte della parte avversa), ringraziano Allah e si appellano alla guerra santa che noi tra poco chiameremo azioni di pace santa.

Definendo i militari soldati di pace affermiamo il falso e il falso è un male, non un bene. Sono fermamente convinto che nessun uomo, non drogato da religioni integraliste o da sostanze stupefacenti, ami la guerra. Dimentichiamo che intere generazioni di giovani greci sono state formate con l'esaltazione della mobilissima figura di Ettore. I lettori ricorderanno "l'addio di Ettore ad Andromaca". L'eroe dà l'ultimo saluto all'amata moglie e al figlioletto Astianatte prima di andare a morire per mano di Achille, suo avversario. Eppure Ettore va a combattere sapendo di morire. Egli ben sa che Achille è invulnerabile e protetto dagli dei.

E nemmeno lo spinge la speranza di una vita migliore nell'Aldilà, perché l'Aldilà era per tutti indistintamente il regno delle ombre, gli inferi. Ettore affronta la morte "non per timor di pena o speranza di ricompensa, ma per intima convinzione" (M. D'Azeglio). Né prega gli dei! Sa bene che la morte per mano di Achille è stabilita dal Fato che è al di sopra degli dei. Eppure va a morire! Perché? Perché deve farlo! Il deve è il suo dovere! Allora perché continuate a chiamare i nostri soldati "soldati per la pace" e non semplicemente soldati?