Battaglia  -  di  CAPORETTO - dello  JUTLAND 


BATTAGLA DI CAPORETTO

Data: 24 OTTOBRE 1917
Luogo: CAPORETTO (Località della Slovenia)
Eserciti contro: ITALIANO e AUSTRO-TEDESCO
Contesto: PRIMA GUERRA MONDIALE
Protagonisti:
LUIGI CADORNA (Comandante in capo dell'esercito italiano)
LUIGI CAPELLO (Generale italiano, Comandante della II Armata)
EMANUELE FILIBERTO DAOSTA (Comandante della Terza armata italiana)
PIETRO BADOGLIO (Generale italiano)
ALBERTO CAVACIOCCHI (Generale italiano)
ENRICO CAVIGLIA (Generale italiano)
ALBERICO ALBRICCI (Generale italiano)
FRANCESCO GRAZIOLI (Generale italiano)
OTTO VON BELOW (Comandante in capo dell'esercito austro-tedesco)
STEIN (Generale tedesco)
BERRER (Generale tedesco)
KRAUSS (Generale austriaco)
SCOTTI (Generale austriaco)

La battaglia

Il 1917, per l'Europa in guerra, è un anno di grandi avvenimenti. Uno soprattutto sarà destinato a cambiare la storia del mondo: la rivoluzione bolscevica in Russia. Un altro avvenimento decisivo è l'intervento nel conflitto degli Stati Uniti, scesi in campo a fianco degli alleati.

Sul fronte italiano, tra l'agosto e il settembre 1917, si sta combattendo l'undicesima battaglia dell'Isonzo. Da quando gli italiani sono entrati in guerra, il 24 maggio 1915, quello tra la Carnia e il mare è stato il settore scelto dal comandante in capo, Luigi Cadorna, per tentare di vincere il secolare nemico, l'Austria-Ungheria.

Con immensi sacrifici di sangue e a prezzo di inenarrabili sofferenze dei soldati, l'esercito italiano ha combattuto testardamente dieci successive battaglie sull'Isonzo e sul Carso, per arrivare a Trieste, il grande porto austriaco dell'Adriatico, la maggior base navale dell'impero, la città irredenta. I successi sono stati poco soddisfacenti: la presa di Gorizia, alcune cime importanti conquistate con un dispendio di sangue non certo proporzionale alla loro importanza strategica. Mesi e mesi in trincea, soldati interrati nel fango e tra le pietre, con la sola alternativa di nuovi assalti alla baionetta, di duelli di artiglierie e di tentativi di sfondamento destinati ad esaurirsi per la tenace resistenza nemica.

Adesso, di quelle battaglie è appunto in corso l'undicesima. L'Austria-Ungheria, non meno provata dell'Italia, risente dello sforzo di respingere le fanterie italiane della Seconda armata, che avanzano lentamente sull'altipiano della Bainsizza. Si combatte da giorni e giorni. Gli austriaci non cedono terreno. L'altipiano della Bainsizza sarà conquistato dagli italiani, ma sarà pagato con il solito tributo di sangue: per di più, senza concludere nulla. A questo punto l'Austria si rende conto che è il caso di tentare un ultimo sforzo gigantesco per cercare di risolvere il problema della guerra sfondando il fronte italiano.

Su questo fronte, alla Quattordicesima armata del generale von Below si oppone la Seconda armata del generale Luigi Capello, il conquistatore di Gorizia. Il suo schieramento è il seguente: 4° Corpo d'armata (generale Alberto Cavaciocchi), tra la conca di Plezzo e la costa Raunza; 27° Corpo d'armata (generale Pietro Badoglio), dalla costa Raunza alla Bainsizza; 24° Corpo d'armata (generale Enrico Caviglia), sulla Bainsizza; 2° Corpo d'armata (generale Alberico Albricci), dalla Bainsizza a Gorizia; il 6° Corpo d'armata (generale Stefano Lombardi) e l 8° Corpo d'armata (generale Francesco Grazioli), da Gorizia al Vipacco, dove si congiungono con la Terza armata, comandata dal duca Emanuele Filiberto d'Aosta, cugino del re Vittorio Emanuele III. In seconda linea, a disposizione, si trovano il 7° Corpo d'armata del generale Luigi Bongiovanni, il 14° Corpo d'armata del generale Pier Luigi Sagramoso e il 28° Corpo d'armata del generale Alessandro Saporiti. In totale, venticinque divisioni, 353 battaglioni, 6198 cannoni, 725 bombarde.

Gli austro-ungarici hanno ventitrè divisioni, 2800 cannoni; i tedeschi schierano sette divisioni e mille cannoni.

Il comandante supremo italiano, da cui dipende anche la Seconda armata del generale Capello, è il generale Luigi Cadorna.

Il giorno 20 ottobre 1917 si presenta alle linee italiane un ufficiale cecoslovacco disertore. Toglie di tasca il piano completo e particolareggiato dell'imminente attacco austro-tedesco tra Plezzo e Tolmino e lo consegna. Mai nella storia delle grandi battaglie una delle due parti era stata informata preventivamente in modo tanto esatto e capillare sulle intenzioni e sui programmi dell'altra.

Si arrivò a sapere che l'attacco risolutivo doveva svolgersi tra Plezzo e Selo, e con maggiore violenza nella piana di Tolmino; che un Corpo d'armata avrebbe agito nella conca di Plezzo; che la 17^ divisione slesiana avrebbe tentato di risalire l'Isonzo; che più a sud parecchi altri Corpi avrebbero operato; che l'obiettivo principale delle azioni concorrenti da Plezzo, da Monte Nero e da Tolmino doveva essere l'occupazione della linea Monti Mia-Matajur-Kolovrat. Risultava altresì che l'attacco sarebbe stato preceduto da un tiro di quattro ore con granate a gas contro le posizioni di artiglieria, cui sarebbe seguito un tiro violentissimo di distruzione di novanta minuti. Si apprese poi, da una intercettazione telefonica, che l'inizio dell'offensiva era fissato per le 2 del mattino del 24 ottobre.

La notte tra il 23 e il 24 ottobre sul fronte dell'Isonzo è tetra, nebbiosa e battuta da violenti scrosci di pioggia. Fa freddo e la visibilità è quasi nulla. Con puntualità teutonica, proprio secondo i piani consegnati dall'ufficiale cecoslovacco, alle 2 precise del 24 ottobre cominciò il bombardamento dal Rombon al mare. Cadorna si trovava al quartier generale, a Udine. Capello all'ospedale di Padova, in licenza di malattia per un attacco di nefrite. Badoglio, che doveva stare al suo posto di prima linea, a Ostri Kras, si era invece lasciato sorprendere al posto di comando arretrato di Cosi.

Il primo tiro austro-tedesco è a gas, ma non vi fa caso quasi nessuno, tranne i disgraziati reggimenti colpiti. Mentre Capello, messo al corrente degli avvenimenti, si alza dal letto e senza badare alle condizioni in cui versa si precipita al suo comando di Cormons per riprendere in mano la sua armata, si scatena il fuoco delle artiglierie con una violenza devastatrice. Quindi, alle otto del mattino, ecco scattare le fanterie nemiche su un fronte di trentadue chilometri, tra Plezzo e Tolmino. Le prime due divisioni italiane investite sono la 51^, generale Giovanni Arrighi, del 4° Corpo d'armata, e la 19^, generale Francesco Villani, del 27° Corpo d'armata del generale Badoglio.

I tedeschi, con tattica ardita e rivoluzionaria, da quella porta aperta avanzano direttamente nel fondovalle. A mezzogiorno le truppe di Krauss sono a Saga, mentre quelle di Stein attaccano il Kolovrat e la divisione slesiana, comandata dal generale von Lequis, dopo una brillante marcia di ventisette chilometri, alle 3 del pomeriggio entra a Caporetto.

In un solo colpo è rimasta così tagliata fuori la 43^ divisione italiana che difendeva il Merzli e il Monte Nero. Allora il generale Alberto Cavaciocchi, comandante del 4° Corpo d'armata, temendo l'aggiramento completo delle sue truppe, ordina ai superstiti della 50^ divisione, che tentavano alla meno peggio di bloccare la stretta di Saga, di ritirarsi. Cade così uno dei cardini del sistema difensivo italiano.

Alle 9 di sera del 24 ottobre Cadorna comincia a rendersi conto della portata del disastro. Senza perdere la testa comanda la ritirata dietro l'Isonzo. Ma è tardi. Il 25 cade la linea Uccea-Stol, gli austro-tedeschi prendono il monte Kolovrat e Globocak, dilagano verso il Natisone; lintera Seconda armata italiana deve cominciare a ripiegare da Monte Maggiore a Gorizia. Capello, debilitato dalla malattia, corre da Cadorna a Udine, riferendogli che ormai è necessario ritirarsi dietro il Tagliamento. Nel frattempo, nelle mani nemiche cadono il Monte Maggiore, il Madlesena, il Korada, il Kuk, il Vodice, il Monte Santo e soprattutto la posizione chiave del Matajur, conquistato dal giovane tenente Rommel al comando di pochi uomini, con la cattura di oltre duemila prigionieri italiani.

Il 27 ottobre ripiega anche la Terza armata del duca Emanuele Filiberto d'Aosta per non restare isolata e accerchiata. Si sgombera Cividale e Cadorna ordina la ritirata al Tagliamento. Il 28 ottobre gli austro-tedeschi entrano a Udine, la sede del Comando Supremo italiano, e l'intero fronte è da considerarsi crollato. Nella notte del 29 gli austro-tedeschi varcano il Tagliamento, il 30 occupano Codroipo e San Daniele del Friuli, mentre si fanno saltare i ponti e il disastro assume proporzioni enormi.

L'ordine di ripiegare sul Tagliamento viene dato con un giorno di ritardo rispetto alle necessità, e così non è possibile formare una linea di resistenza su quel fiume. Ormai sia la Seconda sia la Terza armata sono in pieno ripiegamento. Per la Seconda si tratta di un eufemismo. In realtà è una rotta vera e propria. Il panico ha preso ufficiali e soldati.

Il 4 novembre, con drastica decisione, Cadorna comanda la ritirata sul Piave, estrema difesa per impedire alle truppe vincitrici di vedersi spalancata davanti a loro la pianura veneta. Il 9 novembre il governo italiano esonera Luigi Cadorna dalle sue funzioni e lo sostituisce con il semisconosciuto generale Armando Diaz, comandante di uno dei corpi d'armata alle dipendenze finora del duca d'Aosta.

Soltanto un anno più tardi, dopo il Piave e il Grappa, gli italiani avrebbero rovesciato le sorti della loro guerra e avrebbero vinto. Questo fu un miracolo: ma non della buona sorte. Fu un miracolo della volontà, del coraggio, dello spirito vitale d'un popolo. 

Ecco come Giovanni Comisso ricorda la giornata di Caporetto nel libro: "Giorni di guerra":

"...La battaglia era incominciata alle 2, come era stato avvertito dal Comando Supremo. Il generale vecchio e sordo non riusciva a sentire l'osservatorio di Maritza che ne dava la notizia e dovetti ritrasmettergliela: "Alle ore 2 si è visto alzarsi in fondo alla valle un razzo rosso, immediatamente le artiglierie nemiche hanno aperto un tiro di distruzione su tutta la linea che perdura ancora". Dal Corpo d'Armata, Kirghis, era lo pseudonimo del capo di stato maggiore, volle sapere subito la nostra situazione. Il bombardamento cessò dopo poche ore e tutti i Comandi avanzati con un senso di sollievo si affrettarono ad avvertirci.  Ma dopo mezzora di sosta il bombardamento riprese. Vi partecipavano specialmente grosse bombarde che sradicarono tutti i reticolati accumulati da anni davanti alle nostre linee. L'alba era vicina e quando biancheggiò sui monti le artiglierie iniziarono un tiro che aveva un fragore diverso. Subito ci venne segnalato che tiravano granate a gas asfissiante. Il Comando si mise in allarme. Telefonò a destra e a sinistra, per averne la conferma. Nessuno poteva garantirlo. "Vogliamo essere sicuri che si tira a gas, perché allora siamo in pieno diritto di eseguire anche noi lo stesso tiro". "Attenda che manderò a vedere" rispose la voce senese di Mirtillo (pseudonimo dell'aiutante maggiore della Brigata di sinistra). E poco dopo avvertì: "Sì, è stato eseguito un tiro a gas. Anche qui da noi si sente come un profumo di mandorle amare, ma nessun danno, perché abbiamo tappato ogni fessura" "E ritornato dalla linea l'ufficiale che abbiamo mandato e riferisce che i soldati sono tutti al loro posto, con il fucile tra le mani e la maschera al volto. Dunque è mancato l'effetto", comunicò nuovamente Mirtillo. Invece quei soldati erano fermi, impietriti dalla morte che la piccola e miserabile maschera non aveva servito a impedire".
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NOTA DOLENTE

Sul tavolo di Mussolini il 4 aprile del 1925 arrivò  una terribile accusa per Badoglio; addirittura di diserzione alla famosa battaglia di Caporetto.
Era dell'ex deputato Rotigliano che scriveva questa ( profetica ) lettera:
"Oggi alla Camera  si parlava insistentemente della nomina del generale Badoglio a capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Mi auguro che la voce sia infondata. Ho avuto occasione di conoscere in guerra il generale Badoglio e di seguire molto da vicino la sua azione. Posso assicurarle che non ha le doti di carattere indispensabili per essere posto a capo dell'Esercito. Molti sanno che Badoglio è il maggior responsabile di Caporetto, ma pochi conoscono il contegno ignobile tenuto da lui l'indomani della disfatta, quando abbandonò senza comando, sulla sinistra dell'Isonzo, tre delle quattro divisioni del suo 27° Corpo d'armata per correre ad Udine e a Padova ad assicurarsi la impunità e a brigare per la sua nomina a sottocapo di Stato maggiore. E' un uomo di un'ambizione insaziabile. Se si trovasse a capo dell'Esercito sono sicuro che egli approfitterebbe della carica per tentare la scalata al Governo.
Io non ho candidati da proporre; confermo, anzi, che dei generali più in vista, nessuno secondo me, dà sufficienti garanzie di fedeltà al nostro regime. Ma sotto questo aspetto, Badoglio sarebbe certamente il peggiore di tutti.
Perdoni Eccellenza, se ho creduto mio dovere esprimerle un convincimento che è frutto di una mia personale diretta conoscenza di avvenimenti, dei quali potrei, quando ella lo desiderasse, darle prova, e voglia gradire l'attestazione della mia devozione immutabile". PS. Tentò, mediante un telegramma falsificato, di fare apparire di essere stato trasferito ad altro Comando, prima dello sfondamento del suo Corpo d'armata". E. Rutigliano. (Mussolini; Storia di un anno; Il tempo del bastone e della carota; pag. 132, Ediz La Fenice, Firenze-Roma, 1984).

Ma ricordiamo anche che ancora nel 1919, da Villar Pellice, il 12 settembre così si difendeva Cadorna, scrivendo al direttore di Vita italiana. " La Gazzetta del Popolo  ha pubblicato ieri le conclusioni dell'inchiesta su Caporetto.  Si accollano le responsabilità a me e ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime. Fu proprio il suo Corpo d'armata (il 27°)  che fu sfondato di fronte a Tolmino, perdendo in un sol giorno tre fortissime linee di difesa e ciò sebbene il giorno prima (23 ottobre) avesse espresso proprio a me la più completa fiducia nella resistenza, confermandomi ciò che già aveva annunciato il 19 ottobre al colonnello Calcagno, da me inviatogli per assumere informazioni sulle condizioni del suo Corpo d'armata e sui suoi bisogni. La rotta di questo Corpo   fu quella che determinò la rottura del fronte dell'intero Esercito. E il Badoglio la passa liscia! Qui c'entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito. E mi pare che basti per ora!". Le altre influenze era indubbiamente quelle della monarchia. (Ib. pag. 133).

Sempre a proposito di Caporetto, sono depositati al Museo della guerra di Milano i tre manoscritti inediti del generale Caviciocchi, dopo la sua morte, consegnati da sua figlia a Mussolini a mezzo del generale Segato, da rendere pubblici dopo quindici anni dalla consegna.
(By: Francomputer)

qui ANCORA SU CAPORETTO > > 

vedi anche per lo stesso periodo in questione "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"


BATTAGLA DELLO JUTLAND

Data: 31 MAGGIO 1916
Luogo: JUTLAND (Penisola della Danimarca)
Eserciti contro: INGLESE e TEDESCO
Contesto: PRIMA GUERRA MONDIALE
Protagonisti:
JOHN RUSHWORTH JELLICOE (Ammiraglio inglese, comandante della Grand Fleet)
DAVID BEATTY (Ammiraglio inglese)
CECIL BURNEY (Vice-ammiraglio inglese)
FREDERICK STURDEE (Vice-ammiraglio inglese)
HORACE L. HOOD (Contrammiraglio inglese)
EVANS THOMAS (Contrammiraglio inglese)
JOHN HAWKSLEY Commodoro inglese)
REINHARD KARL F. VON SCHEER (Amm. tedesco, com.te della Hochseeflotte)
FRANZ HIPPER (Vice-ammiraglio tedesco)
PAUL BEHNCKE (Contrammiraglio tedesco)
ERWIN SCHMIDT (Vice-ammiraglio tedesco)
MAUVE (Contrammiraglio tedesco)
LUDWIG VON REUTER (Commodoro tedesco)
HANS MICHELSEN (Commodoro tedesco)

La battaglia

Nel bel mezzo della Prima guerra mondiale, il 30 maggio del 1916, un radiomessaggio trasmesso dal comando della marina tedesca alla Hochseeflotte, la flotta d'altomare ancorata a Wilhelmshaven, viene captato dall'ammiragliato britannico per il quale, proprio il non saperlo decrittare, nonostante possedesse da tempo il codice segreto delle comunicazioni marittime tedesche, è fonte di grande preoccupazione. L'interpretazione degli specialisti di Sua maestà è che il messaggio dia il via libera alla Hochseeflotte per muovere all'attacco della flotta inglese, la Grand Fleet, la quale, la sera dello stesso giorno che è stato captato il messaggio, lascia la base di Scapa Flow al comando dell'ammiraglio John Rushworth Jellicoe, seguita poco dopo dalla squadra di esplorazione avanzata dell'ammiraglio David Beatty. Altre corazzate, agli ordini del vice-ammiraglio Martyn Jerram, salpate da Invergordon, si uniranno in alto mare a Jellicoe. La rotta è verso il Mare del Nord, con l'obiettivo di andare a vedere quali possano essere le mosse dei tedeschi all'imbocco dello Skagerrak, il lungo braccio di mare tra la Norvegia e la Danimarca. A quel punto, se non sarà accaduto nulla, la flotta dirigerà in ricognizione verso Horns Reef, al largo della costa occidentale della penisola danese dello Jutland, proprio al limite della Germania.

La decisione degli inglesi di ordinare l'uscita dell'intera Grand Fleet si può spiegare in due modi. Primo, essi avevano intuito, proprio dal misterioso radiomessaggio, che si offriva loro l'occasione di incontrare finalmente in mare la flotta della Germania; secondo, che ne derivava la possibilità, grazie a un colossale spiegamento di forze, di dare ai tedeschi un colpo mortale, forse tale da risolvere le sorti della guerra.

Vediamo ora la composizione delle due flotte che il 31 maggio 1916 si daranno battaglia.

La Grand Fleet, al comando di Jellicoe che alza la sua insegna ammiraglia sulla corazzata "Iron Duke", comprende la prima squadra da battaglia del vice-ammiraglio sir Cecil Burney sulla "Marlborough", composta da otto corazzate; la seconda squadra da battaglia del vice-ammiraglio Martyn Jerram sulla "King George V", formata da otto corazzate; dalla quarta squadra da battaglia del vice-ammiraglio sir Frederick Sturdee sulla "Benbow", forte di otto corazzate accompagnate da una squadra di incrociatori da battaglia agli ordini del contrammiraglio Horace Lambert Hood, sull "Invincible". E poi ancora: due squadre di incrociatori di tipo antiquato, una squadra di incrociatori leggeri e tre flottiglie di cacciatorpediniere; la quarta, di diciassette unità, accompagnate da due conduttori; la seconda, di quattordici unità, accompagnate da due conduttori. In totale, 45 cacciatorpediniere e cinque conduttori, al comando del commodoro John Hawksley, sull'incrociatore leggero "Castor". A questo enorme complesso va aggiunta la forza di esplorazione avanzata al comando di Beatty, imbarcato sul "Lion". Più la quinta squadra da battaglia del contrammiraglio Evan Thomas sulla "Barham", composta da quattro corazzate veloci e tre squadre di incrociatori leggeri. Infine, ventinove cacciatorpediniere accompagnati da due incrociatori leggeri e la nave portaidrovolanti "Engadine".

La Hochseeflotte, al comando dell'ammiraglio Reinhard Karl Friedrich von Scheer imbarcato sulla corazzata "Friedrich der Grosse", comprende la terza squadra da battaglia del contrammiraglio Paul Behncke sulla "Koenig", con otto corazzate; la prima squadra da battaglia del vice-ammiraglio Erwin Schmidt sulla "Ostfriesland", con otto corazzate; la seconda squadra da battaglia del contrammiraglio Mauve sulla "Deutschland", composta da sei corazzate; il quarto gruppo da esplorazione del commodoro Ludwig von Reuter sullo "Stettin", con quattro incrociatori leggeri; il primo gruppo flottiglie cacciatorpediniere del commodoro Hans Michelsen sul "Rostock". Inoltre, la forza di esplorazione avanzata del vice-ammiraglio Franz Hipper sull'incrociatore "Lutzow", composta dal primo gruppo di esplorazione con cinque incrociatori da battaglia; il secondo gruppo di esplorazione del contrammiraglio Boediker sul "Frankfurt", con quattro incrociatori leggeri; il secondo gruppo flottiglie cacciatorpediniere del commodoro Heinrich sul "Regensburg", con trenta cacciatorpediniere. Quella dell'ammiraglio von Scheer era un'immensa flotta; probabilmente non se ne era mai vista una più grande sui mari.

L'incontro tra le due flotte avviene quasi per caso. Dispongono entrambe di sistemi moderni di avvistamento, ma in questa circostanza non servono a nulla. Le cose avvengono in modo piuttosto comico. Capita infatti che nelle stesse acque delle due flotte, si trovi a navigare un innocente e vecchio piroscafo danese. Sono circa le 2 del pomeriggio del 31 maggio 1916 quando, proprio nei pressi dello Skagerrak, esso viene avvistato da ovest dalla squadra di Beatty, e da est da quella di Hipper. I due comandanti, ancora reciprocamente fuori vista, mandano a fermare il bastimento per identificarlo. Gli inglesi spediscono l'incrociatore leggero "Galatea", i tedeschi due cacciatorpediniere. Alle 16 e 20 queste tre navi vengono a trovarsi a portata di vedette. Ecco come i grandi nemici si sono scoperti. Mentre alle 16 e 28 partono le prime cannonate, radiomessaggi avvisano i comandi delle due squadre da ricognizione avanzata che l'avversario è in mare, e si può dargli addosso. La battaglia navale dello Jutland, per numero e potenza di navi la più importante della storia fino a quel momento, incomincia quasi per caso.

Il primo scontro avviene tra gli incrociatori di Hipper e quelli di Beatty. L'esito è disastroso per gli inglesi, nonostante la loro superiorità sia schiacciante: non soltanto per i sei incrociatori contro cinque, ma in più per le quattro corazzate dell'ammiraglio Evan Thomas, a sole cinque miglia dalla squadra di Beatty. Con sbalorditiva abilità di puntamento e in grazia all'eccezionale qualità delle loro artiglierie, dopo appena sedici minuti di fuoco i cannoni di Hipper hanno fatto saltare in aria l "Indefatigable" e dopo altri venti il "Queen Mary". Il primo incrociatore è esploso e successivamente è sprofondato in fiamme negli abissi marini: novecentosessanta marinai e cinquntasette ufficiali sono periti nei gorghi, due soli uomini si sono salvati. La stessa sorte toccò al "Queen Mary" che, colpito duramente, si inabissò con 457 ufficiali e 1204 marinai. Con questo, la forza di Hipper e di Beatty si è capovolta. Ora i tedeschi stanno a cinque incrociatori contro quattro. Per di più anche la ammiraglia inglese ha incassato un colpo dal "Lutzow" e così il "Lion" procede da questo momento con la torretta scoperchiata e con un incendio a bordo. Quando la nave è costretta a uscire di fila e ad arrestarsi, Beatty si affretta ad abbandonarla e ad imbarcarsi sulla "Princess Royal", per continuare nella sua azione di comando.

Verso le 18 e 50, quando la superiorità tedesca sta diventando schiacciante, Beatty ha un improvviso recupero di genialità e con una mossa improvvisa da grande marinaio rovescia la situazione. L'ammiraglio inglese si sottrae ai colpi del nemico e punta verso nord alla massima velocità. Con un largo giro gli incrociatori inglesi compiono una virata verso est e poi verso sud. In questo modo Beatty accerchia le navi di Hipper e le obbliga a virare, incastrandole tra sé e le corazzate veloci di Evans Thomas. Per Hipper è un momento drammatico. La disposizione assunta dalle navi di Beatty consente all'ammiraglio inglese di far fuoco con tutti i suoi pezzi contro gli incrociatori tedeschi, senza che questi possano quasi rispondere. Come se non bastasse, i tedeschi si accorgono che a Beatty si sta accodando l'intera Grand Fleet di Jellicoe.

Affonda intanto, centrato in pieno, il piccolo incrociatore germanico "Wiesbaden". Anche il "Luzow" viene a trovarsi ridotto seriamente a malpartito, essendo stato a sua volta colpito in più punti. Ormai la battaglia si disperde in una serie di scontri quasi individuali. Così è avvenuto quando il "Lutzow", prima di rimanere bloccato, ha letteralmente spazzato via dal mare l'incrociatore "Defence" dell'ammiraglio Arbuthnot, affondandolo con il suo comandante e con settecentonove marinai. Nessun superstite.

Alle 20 e 22, con l'entrata in scena della Grand Fleet le cose sembrano cambiare. Il "Lutzow" è sempre fermo e anche il "Derfflinger" ha preso a prua tre colpi tremendi. Si direbbe la fine di questa intrepida nave tedesca, tanto più che, con l'improvviso levarsi della nebbia, appare al suo fianco sui una rotta parallela la terza squadra degli incrociatori da battaglia inglese, con alla testa l "Invincible", battente la bandiera dell'ammiraglio Hood. Invece, con incredibile velocità, il "Derfflinger" punta a tiro rapido sulla nave britannica e alle 20 e 31 esatte la centra in pieno. Con tre spaventose esplosioni l'"Invincible" salta letteralmente in aria. Periscono lo stesso ammiraglio Hood e millesessantaquattro tra ufficiali e marinai.

Intanto l'ammiraglio Hipper, abbandonato il "Lutzow" in fiamme, si era imbarcato sul "Seydlitz". Fin dalle ore 21 gli incrociatori da battaglia tedeschi si trovarono di fronte l'intera Grand Fleet di Jellicoe, lontana meno di otto miglia, la quale stava per completare l'accerchiamento della Hochseeflotte.

Occorre precisare che anche le navi tedesche avevano subito seri danni. Molte salve avevano centrato gli incrociatori, qualcuno di essi era in lotta con le fiamme, altri avanzavano faticosamente a velocità ridotta. Ma nel complesso si potevano considerare in condizioni tutto sommato accettabili per continuare a battersi. I tedeschi avevano veduto colare a picco numerose navi britanniche e questo li esaltava. Sapevano benissimo che, oltre alle sorti di questa battaglia, si giocava il primato sui mari.

Quando, alle 21.05, Jellicoe riuscì insieme con Beatty a prendere in mezzo l'intera flotta d'alto mare della Germania e la sua forza di esplorazione avanzata, la situazione per von Scheer e Hipper rischiò di farsi tragica. Fino a quel momento, essi sapevano di avere ottenuto assai più di quanto speravano. Avevano trascinato fuori dai porti gli inglesi, li avevano attaccati, avevano affondato tre incrociatori modernissimi e, dopo il contatto tra la Grand Fleet e la Hochseeflotte, anche un incrociatore pesante, il "Defence". Due brillanti ammiragli inglesi, Hood e Arbuthnot, avevano perduto la vita. Ora si trattava però di sganciarsi dal contatto con gli inglesi e di riparare nelle basi di partenza. Come dire che ora veniva il difficile.

La decisione dell'ammiraglio tedesco fu fulminea e di straordinario ardimento. Mentre l'intera Hochseeflotte compiva una virata di 180 gradi, gli incrociatori di Hipper (provvisoriamente passati agli ordini di Hartog) andranno disperatamente all'attacco, in quella che nella storia della marina germanica resterà ricordata come la "corsa alla morte". Gli incrociatori tedeschi si diressero proprio contro il fuoco nemico, consapevoli che il loro sacrificio era l'unica via per consentire alla flotta di von Scheer di uscire dal blocco. Ora gli inglesi mostravano in pieno la loro abilità di marinai, il loro incrollabile orgoglio, lo spirito e la volontà di vittoria della loro Marina.

Il "Derfflinger", l'orgoglio della Marina della Germania, fu centrato da una salva micidiale, precisa in maniera impressionante. Se si aggiunge che nel frattempo gli inglesi avevano affondato anche l'incrociatore leggero "Rostock", si capisce a quale prezzo i tedeschi stessero pagando il loro sforzo per salvare la Hochseeflotte.

Intanto erano scese le tenebre. Per von Scheer la battaglia era terminata. Nella notte si susseguivano scontri quasi casuali tra le formazioni opposte. I tedeschi erano decisi a forzare il blocco ad ogni costo. Gli inglesi puntavano a distruggere quanto più possibile del naviglio raggiungibile sul campo di battaglia.

L'ammiraglio inglese Jellicoe si rese conto perfettamente che i tedeschi gli erano sfuggiti sotto il naso, ma in compenso sapeva di avere annullato i loro ambiziosi programmi. Ordinò di far rotta su Scapa Flow e di rientrare. Era il mezzogiorno del primo giugno 1916.

Difficile stabilire chi abbia vinto. Gli inglesi ebbero 6097 morti, 510 feriti, 177 prigionieri, su 62000 marinai impiegati. I tedeschi, 2545 morti e 507 feriti gravi su 37000 marinai. Gli inglesi persero quattordici navi; i tedeschi undici navi. Se ci fermiamo qui, matematicamente, hanno vinto di sicuro i tedeschi. Strategicamente, invece, si può attribuire la vittoria agli inglesi. Alla fine del combattimento essi rimasero padroni del campo da battaglia e tolsero dal capo dell'ammiraglio von Scheer e dell'alto comando di Berlino la voglia di riprovarci, nell'impresa. Dal primo giugno 1916 la flotta tedesca, salvo una fallita incursione in agosto contro le coste britanniche, non uscirà più dai porti, fino alla fine della guerra. Il dominio del mare rimase all'Inghilterra e il blocco navale alla Germania divenne più stretto, fino al soffocamento. 
Ecco come un ufficiale del "Derfflinger", nel libro "Due incontri tra cugini", racconta l'attacco condotto, a sera, dagli incrociatori da battaglia tedeschi per consentire la ritirata alla Hochseeflotte:

"...Verso le 21.12 il Comandante in Capo fece il segnale per l'inversione della rotta, e quasi contemporaneamente diresse agli "ib" ed ai "ct" lo storico segnale: "Attaccate il nemico!". Alle 21.13 il timoniere di servizio lesse ad alta voce nella torretta di comando il telegramma che era stato ricevuto, aggiungendo la spiegazione che il libro dei segnali portava di seguito al gruppo corrispondente: "Speronare il nemico! Impegnarsi a fondo contro le forze nemiche indicate!" Senza battere ciglio il comandante ordinò: Aumentate alla massima forza! Rotta SEI". Seguiti dal Seydlitz, dal Moltke e dal Von der Tann, dirigemmo dapprima per SE, poi dalle 21.15 per sud, direttamente sulla testa della linea nemica. Da questo momento in poi, specialmente sul Derfflinger, cadde un fuoco che aveva davvero i caratteri dell'inferno. Parecchie navi sparavano insieme su di noi. Io scelsi un bersaglio e cominciai a sparare con la massima celerità che era possibile. All'inizio, le distanze segnate dal mio registratore nella centrale furono di 120 Em, ma poi discesero fino ad 80. Tuttavia si correva sempre alla massima velocità, addentrandoci nella caldaia bollente in cui offrivamo al nemico un bellissimo bersaglio, mentre le navi inglesi per noi, erano molto difficili da riconoscere".

( a cura di ENNIO DALMAGGIONI )
& Francomputer

Bibliografia: “MILES” - Fabbri Editori - fondamentale.
"Storia Universale Marmocchi" - SEI Ed. 1855 
" Storia Universale Cambridge" - Garzanti Editori
"Grande storia Universale"-  Curcio Editore
“Storia d'Italia” - Montanelli - Fabbri Editori.


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